Sgf: lo specchio della coscienza e il ponte dell'oblio - di Salvatore Audia
- Prl Notizie dal Territorio - S. Audia - giornalista

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Nel nostro piccolo mondo, dove a fatica si riesce a conservare anche solo l’icona del Monastero – le cui recenti infiltrazioni d’acqua ne confermano la fragilità – resistono luoghi che riportano a un tempo andato. Un tempo in cui tutto era più vero e più lento; la fatica era dura, un asino (cavarcatura) rappresentava una ricchezza e arrivare nel proprio rione (ruga) significava essere già a casa. Era il tempo in cui un saluto era sinonimo di rispetto: capitava di vedere uomini togliersi il cappello e donne accennare un inchino passando davanti alla casa di un defunto. Quel rispetto, costruito da padri e madri nel loro ruolo di educatori, si è gradualmente perso. Eppure, la capacità di conservare i luoghi, le tradizioni e la lingua arcaica è la vera misura della qualità di un popolo.
Il quartiere della "Cona" È suggestiva e storicamente solida l’ipotesi su una zona precisa del casale antico di San Giovanni in Fiore: il quartiere "Cona". Probabilmente, verso la fine del XVI secolo (1590-1595), prima della ripida discesa che tutti conosciamo, sorse una cappella dedicata alla Madonna della Sanità con un luogo di accoglienza per i viandanti. Era un punto di transito vitale per uomini e merci da e verso il Marchesato crotonese. Nel 1615, su quell’altare fu posta un’icona di Santa Maria della Sanità: da quel dipinto nacque il nome "Quartiere della Icona", poi divenuto semplicemente "Cona". Quel passaggio era fondamentale non solo per i casali vicini, ma per raggiungere la grancia florense del "Vurdoj", granaio vitale per il sostentamento del Monastero.

Il ponticello dimenticato È a quel ponticello che volevo arrivare. Se potesse parlare, racconterebbe mille storie. Invece, la mente ottusa di amministratori privi di visione storico-conservativa ha lasciato che il tempo lo depauperasse. Chi avrebbe potuto ridare respiro a quel manufatto ha preferito l’oblio. Immaginate cosa sarebbe oggi quell’area se nel 2000 si fosse dato seguito al progetto del collettore fognario "a caduta" verso il Ponte Arvo. Quell’opera avrebbe creato anche un Parco Fluviale, restituendo il ponticello della Cona alla comunità e ai turisti. Oggi sarebbe un punto di riferimento per scolaresche e incontri culturali; invece, ne parliamo come di una discarica inaccessibile. Nel frattempo, si continua a pompare la fogna con costi altissimi, facendo finta che non puzzi, ma profumi (e in questo non assolviamo neanche Legambiente, colpevole di un rumore che non ha smosso nulla).

Opere fantasma e scelte estetiche Oggi la sfida è a chi la spara più grossa: i bimbi diminuiscono e gli asili crescono; si inventano progetti irrealizzabili come la "Ecovia", i cui studi di fattibilità potrebbero essere costati fior di quattrini. Ci sono poi opere deteriorate per effetto della realizzazione di altre opere, come la strada dei "Ceretti", strozzata e sfinita dal traffico pesante (conseguenza diretta dell'isola pedonale); sembra gridare vendetta per un fondo stradale distrutto e marciapiedi mai finiti. Per non parlare delle "rotonde fantasma": anche qui progettisti e disegnatori si sono "spesi" molto per mostrarci, quantomeno in fotosintesi, come sarebbero apparse una volta realizzate.
Boccone amaro Ma il boccone più amaro per i sangiovannesi rimane la ZTL. Al di là dell’utilità (che richiederebbe esperti di Harvard per essere compresa), cosa c’entra con noi quel lastricato chiaro che ricorda i paesi pugliesi? Non siamo stati capaci di interpellare i nostri scalpellini, maestri del granito locale. No: l'albero vecchio si taglia e si sostituisce con "frustille", gentili ma estranee. Sarei curioso di vedere chi nel proprio programma elettorale inserisce queste due cose: un progetto sul recupero del ponte delle Cona ed anche, ma questo è più facile, la risistemazione della “Vittoria Alata”, la, dove venne posta quando fu eretta per la prima volta.

Il declino del diritto alla salute Infine, l'incapacità di difendere i diritti essenziali, come la sanità. Dovremmo seguire l’esempio di Piero Castrataro, sindaco di Isernia, che dorme in tenda per salvare il suo ospedale, rivendicando il diritto di nascere e di essere soccorsi nel proprio territorio. Il sindaco molisano, in una recente intervista, ha dichiarato: «Da noi non se ne vanno solo i giovani per studiare o trovare lavoro, ma adesso cominciano ad andar via anche i loro genitori, preoccupati del fatto che, se si sentono male, non sanno dove andare a curarsi. Sono gli stessi giovani che dicono: papà, mamma, venite da noi in un’altra città».
Noi sangiovannesi, invece, sembriamo rassegnati a fare da scendiletto a politici che calibrano i rapporti di forza con i "padroncini" della sanità privata, favorendone l'espansione a scapito del pubblico. Uno specchio Nella prossima primavera ci nasconderemo di nuovo nelle cabine elettorali. Se potessi, metterei uno specchio in ognuna di esse: guardiamoci bene prima di tracciare quella croce. Una croce sarà sul simbolo e sui nomi che scieglieremo, ma un'altra croce, invisibile e ben più pesante, graverà sulla nostra coscienza.




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