A SERAFINO - lettera aperta a un anno dalla sua scomparsa
- Prl Notizie dal Territorio - S. Audia - giornalista

- 6 giorni fa
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di Salvatore Audia

Ti scrivo di nuovo, amico mio.
Non solo per dirti quanto ci manchi, quanto manchi alla tua cara mamma, al tuo papà, a tua moglie, a tua sorella, alle tue splendide figlie, ai tuoi amici e alle tue amiche. Ti scrivo di nuovo per chiederti se anche tu, da lassù, provi rabbia. Rabbia per come si sta procedendo nel mettere in ordine i fotogrammi di come andarono veramente le cose in quel maledetto 4 gennaio dell’anno scorso; e sì, l’anno scorso.
È già passato un anno, caro serafino.
365 giorni senza di te.

Un tempo così enorme che io metto a confronto con le quattro misere ore di assurda attesa, prima che qualcuno mettesse davvero a fuoco il pericolo, poi sfociato in tragedia, che ha vanificato i tentativi di poterti strappare alla morte.
Come può non avere rimorsi chi poteva fare — forse anche andando contro le regole — e non ha fatto? Come può non avere rimorsi chi, spesso, ha decantato con estrema leggerezza le virtù di una sanità locale, di un ospedale che non ti ha saputo salvare la vita?
Per essere così sereni serve distacco, serve una forza particolare che, se in quei momenti drammatici ne fosse stata utilizzata anche solo una minima percentuale, oggi tu saresti qui a goderti la vita e invece fluttui su di noi, osservando tutto e tutti.
Ti sarai accorto anche tu, caro Serafino, che quaggiù praticamente non è cambiato nulla; anzi, per certi aspetti le cose sono anche peggiorate. Ma quello che fa rabbia e che da tempo sta succedendo è la paradossale trasformazione di quel silenzio contenuto nell’immensa marcia per l’indignazione per la tua scomparsa in sproloqui da campagna elettorale, comizietti confezionati e utilizzati per mera propaganda, senza costrutto e senza proposte.

Ora poi, nell’approssimarsi delle elezioni comunali, sai quante volte verrai citato e preso in prestito per meglio puntare il dito sulla questione sanità. Ma da nessuno ho ancora sentito una proposta vera.
Nessuno, in questo teatro dell’assurdo — tranne naturalmente Caterina, i tuoi genitori, gli amici dei gruppi “Siamo Tutti Serafino” e “Si(La) Salute Bene Comune”, che in diverse occasioni si sono ritrovati davanti alla sede dell’ASP per avere notizie sui fatti accaduti il 4 gennaio 2025 — nessuno, dicevo, dei papabili prossimi sindaci o presunti candidati, ho visto dietro allo striscione che identifica la tua ormai nota vicenda. Neanche una interrogazione parlamentare ha prodotto quelle risposte che tutti ancora si attendono.
Tutti che ti prendono in prestito però, tutti che ti utilizzano, tutti che fanno riferimento al giovane Serafino, ma nessuno è andato alla cittadella a piantare le tende e a dormirci in quell’immenso piazzale e magari poi prendere a schiaffi — metaforicamente s’intende — chi detiene il potere per cambiare le cose negli ospedali di questa frontiera chiamata montagna.
Ora leggo anche di proposte di legge, assai tardive direi. Specchietti per le allodole, materiale utile ad uso e consumo di una fase delicata, quella dei mesi che precedono le elezioni. Ma tant’è, caro amico mio: si dice che il lupo perde il pelo ma non il vizio di prenderci per i fondelli, e sarà esattamente questo il copione.
Facendo due conti per tutte le risorse — umane, tecnologiche e di apparecchiature — necessarie, e quando diciamo tutte le risorse s’intende tutte le spese necessarie per mettere in piedi 8 postazioni di emergenza-urgenza – terapia intensiva – che salverebbero la vita alle persone nei territori di competenza di San Giovanni in Fiore, Acri, Serra San Bruno e Soveria Mannelli, basterebbero dai 2 ai 3 milioni di euro all’anno, forse anche di meno, per un servizio H24 – 365 giorni all’anno.
Questo la Regione lo sa.
Noi non chiediamo la luna, non chiediamo ospedali con dieci reparti: chiediamo solo di essere rassicurati qui, dove abitiamo, perché siamo lontani dai grandi centri.
Voglio ricordarlo a chi legge: per la tua tragica scomparsa non fu dichiarata neanche una giornata di lutto cittadino. Eppure, quel giorno a morire fu un’intera comunità. Un giovane, figlio di questa terra, se ne andava per la mancanza o il ritardo di un mezzo idoneo che lo trasferisse a Cosenza.

Quest’onta resterà per sempre, caro amico mio, e non basteranno i teatrini che si stanno affacciando nel periodo elettorale a farci cambiare idea o a cambiare le cose. Servono i fatti. Siamo stanchi dei discorsi retorici e vuoti, siamo stanchi delle promesse.
Nell’entroterra calabrese i cittadini pagano le tasse, come in altri luoghi, ma in cambio ricevono solo “faremo”, “proporremo”, “vigileremo”, “saremo sempre dalla vostra parte”, quando poi ci accorgiamo che è solo propaganda, perché di questo vive e si nutre la politica: di propaganda e prese per i fondelli.
Un abbraccio, amico mio.






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